Corrado Di Giacomo

E’ un caldo pomeriggio di fine estate quando con tanta curiosità e un pizzico di riverenza, ci avviciniamo al laboratorio di Corrado Di Giacomo, orafo di lungo corso e lunghissima tradizione familiare, nonché Console Camerlengo dell’Università e Nobil Collegio degli Orefici, Gioiellieri e Argentieri dell’Alma Città di Roma, Istituzione nata nel 1508, in pieno Rinascimento, ma che affonda le sue radici nell’antichissima tradizione orafa artigiana della Roma del V e VI secolo a.C., l’epoca dei Re.

La targa all’ingresso del laboratorio ci riporta al 1870 come anno d’inizio attività della famiglia Di Giacomo, proprio l’anno della Breccia di Porta Pia e la conseguente annessione di Roma al Regno d’Italia, di cui poi diverrà Capitale.

Si apre la porta, pochi gradini e l’atmosfera prende il sopravvento, come se scendendo da quella piccola scala ci si immerga in un ambiante completamente indipendente dagli eventi della strada al suo esterno, con le sue luci, i suoi suoni, la sua storia. Si respira un’eccellenza stratificata nel tempo, testimoniata e riconosciuta dall’infinità di targhe, fotografie, stampe, riconoscenze e conferimenti di ogni tipo, dai sigilli Papali ai timbri della Sampdoria calcio del presidente Mantovani.

Ed in tutto questo, a fare da base, da terreno solido per le radici e fertile per la creazione artistica, c’è Roma con le sue mille sfaccettature e contraddizioni. Roma conosciuta in tutto il mondo, che nasconde ancora tesori poco noti al grande pubblico come appunto, la sua produzione orafa di grande pregio.

Di questo principalmente, siamo venuti a parlare con Corrado Di Giacomo.


Intervista a Corrado di Giacomo

FaroArte, il consorzio che sta promuovendo una seri di azioni in favore dell’artigianato artistico e creativo, sostiene che Roma possa essere un brand per quanto riguarda l’artigianato di eccellenza artistica, quanto è d’accordo con questa affermazione e qual è il suo punto di vista?

Roma lo è sempre stato, semmai il problema per cui l’artigianato artistico romano è attualmente così poco conosciuto in Italia come all’estero, riguarda principalmente il bacino di utenza a cui può rivolgersi. Un tempo – spiega Di Giacomo – gli artigiani del nostro settore non avevano bisogno di guardare all’esterno della Città, in quanto il Vaticano e la borghesia romana assorbivano interamente la produzione orafa, argentiera e tutto quanto era ed esse collegato. La richiesta era così ampia che tanti gioiellieri arrivavano anche da fuori Roma e questo è provato dai tanti cognomi “stranieri” che già a partire dal ‘500 comparivano sulla scena cittadina, lo stessa Università vide i suoi natali con un considerevole numero di fondatori non originari di Roma e ad esempio, il Camerlengo che fece sì che Raffaello progettasse la Cappella Sistina, Antonio da San Marino, era appunto di San Marino, il che oggi sembra una stupidaggine ma va considerato che all’epoca San Marino, come Venezia, come Siena, erano esterne ai confini dello Stato Vaticano e quindi di fatto erano per Roma città straniere.

Questo testimonia la grandezza del bacino d’utenza rappresentato ai tempi dalla città di Roma, peculiarità che favoriva un mercato prettamente interno e che nel tempo ha continuato a persistere, motivo per il quale oggi la produzione pur di altissimo livello che si fa da sempre a Roma, sia meno conosciuta rispetto a quella di città come Arezzo, Vicenza o Valenza, che essendo ricche di laboratori ma più piccole, hanno dovuto ricercare un mercato fuori dalle loro mura, uscendo quindi dal proprio territorio e di conseguenza, facendosi conoscere e sviluppando una produzione di livello più industriale rispetto a quella romana.

Venendo ai giorni nostri, com’è la situazione dell’artigianato artistico romano oggi?

Posso dire che sia sostanzialmente la stessa. Il livello della produzione artigiana è molto alto e la produzione è artigiana nel vero senso della parola, è difficile trovare laboratori in cui lavorino più di dieci artigiani, mentre ad esempio nei laboratori delle città prima citate, dovendo produrre in serie, dieci lavoratori risulterebbero un numero piuttosto esiguo. I valenti artigiani che lavorano in quelle realtà ce ne sono anche di molto bravi, hanno una struttura alle spalle diversa dalla nostra, che invece nei singoli laboratori è piuttosto piccola: quando un laboratorio può contare su tre, quattro artigiani per portare avanti il suo lavoro, è difficile che si trovi anche il tempo ed il modo di fare marketing. Per questo all’Università degli Orefici cerchiamo anche di far conoscere il prodotto orafo romano e la sua qualità ad un mercato di acquirenti più ampio”.

Oggi quindi, il prodotto orafo romano si rivolge ancora per lo più al mercato interno? E la committenza è attenta alla qualità, al rinnovamento, allo sviluppo, o si è allargata ad un carattere generico?

La committenza dell’artigianato orafo romano è ancora una committenza di qualità. Certo, completamente cambiata rispetto a quella che poteva essere appena venti o trent’anni fa, ma chi ha mantenuto il suo prodotto su livelli qualitativi alti conta ancora su una committenza di un certo tipo, se pur con numeri inferiori a quelli del passato. Diciamo che siamo dovuti andare a discapito della quantità per poter mantenere un alto livello di qualità.

Pensa sia necessario intraprendere azioni ulteriori per la promozione del prodotto orafo artigiano romano? Ed in questo senso, crede possa essere importante promuovere un brand “Made in Rome”?

Come dicevo, Roma di per se è un brand, lo è anche nell’artigianato. Bisogna far conoscere la qualità del prodotto romano all’esterno, pensandolo, pubblicizzandolo e proponendolo, imponendolo anche, come prodotto di qualità. Ovviamente, occorre rivolgersi ai mercati che al giorno d’oggi “la fanno da padrone”, quelli esteri. Penso a quello statunitense ad esempio, come alla Cina, mercati che hanno disponibilità,in cui siamo poco conosciuti purtroppo, ma quando poi ci conoscono, veniamo apprezzati.

Tempo fa ebbi modo di apprezzare un catalogo di arte orafa prodotto per il mercato cinese, con un finanziamento di un ente pubblico. Secondo lei, iniziative di questo tipo da arte di enti pubblici hanno funzionato? Hanno avuto un seguito? Sono da riproporre?

Nel caso citato non saprei dire non essendo a conoscenza dell’iniziativa nello specifico, ma in generale non mi pare che il mercato si sia molto aperto verso oriente. Lavorare con la Cina è molto difficile, non è certo andando da loro a fare una mostra che si risolve il problema. Ed il problema di noi artigiani molto spesso, è che siamo bravissimi a fare il prodotto, ma non siamo altrettanto bravi a venderlo. Quindi dovremmo essere aiutati si a portare e far vedere il prodotto all’estero, ma soprattutto a commercializzarlo. Più che un semplice brand, avremo bisogno di una struttura, di un’organizzazione, che accompagni e sviluppi il cammino del prodotto all’esterno perché vediamo, com’è ora e com’è praticamente sempre stato, che chi riesce ad imporsi su questi mercati sono coloro i quali possono contare sulle strutture semi industriali di cui parlavamo prima.

Nella nostra esperienza con imprenditori di nazionalità cinese, ci siamo trovati ad affrontare il problema dei numeri: il prodotto proposto era molto apprezzato, ma ci si fermava di fronte alla difficoltà oggettiva di un artigiano di produrre e replicare in grande quantità.

Questo si ricollega alla necessità di proporre il prodotto nella maniera giusta: un committente deve sapere di non poter richiedere migliaia di pezzi uguali ad una produzione artigianale, altrimenti la produzione sarebbe di tipo industriale. Un artigiano può ricevere una commessa che preveda la realizzazione di migliaia di pezzi, tutti di uguale importanza si, ma non certo tutti uguali. Sarebbe una grande ed importante commessa ed a quel punto, dovrebbe scattare un meccanismo di collaborazione tra artigiani, realizzabile ragionando senza egoismo, andando al di là del proprio orticello. Ma torno purtroppo a ripetere che il problema oggi è trovare chi sia pronto a commissionare e pagare la realizzazione di migliaia di pezzi di qualità, perché a quel punto avremmo tutte le capacità per produrli.


Continuiamo a parlare con Corrado di Giacomo, questa volta per conoscere da vicino la sua azienda ed il suo laboratorio, ricco di trofei e testimonianze di una attività tramandata da più generazioni e viva nonostante i tempi presenti che non rendono sicuramente facile la vita alle attività di alto artigianato artistico romano.

Parliamo ora della sua azienda e della tradizione che la contraddistingue. Una storia che, da come abbiamo visto sulla targa all’ingresso del vostro laboratorio, inizia nel 1870. Quali episodi hanno negli anni connotato il percorso della vostra famiglia nell’oreficeria?

In realtà la data del 1870 si riferisce solo al primo documento ufficiale che attesti l’esistenza dell’azienda Di Giacomo, che era presente in Piazza San Lorenzo in Lucina e produceva casse di pregio per orologi da tasca. Nel tempo, passando poi tramite mio nonno, mio padre ed ora me e mio fratello, l’attività si è un po’ trasformata, ma potrei citare diversi episodi, come ad esempio il piacere di aver realizzato due rose d’oro per il Vaticano. La rosa d’oro è una distinzione onorifica, attribuita dai papi della Chiesa cattolica. Un tempo erano concesse alle principesse, poi a Santuari come segno speciale di distinzione. Quelle realizzate da noi sono state conferite una alla Chiesa dei Portoghesi qui a Roma e l’altra alla Basilica della Natività di Betlemme da Paolo VI.

Inoltre posso dire – ricorda Di Giacomo con un sorriso – che mio nonno fu tra i pochi incassatori che col tempo divenne anche costruttore orafo. Lo fece per ampliare il proprio mercato, a quel tempo i costruttori lavoravano i primi giorni della settimana e gli incassatori gli ultimi, perché quando un negoziante richiedeva la realizzazione di un gioiello si rivolgeva prima al costruttore, che una volta costruito l’oggetto lo passava all’incassatore per l’inserimento delle pietre. A lavoro ultimato andavano insieme dal negoziante a riscuotere il dovuto.

Questa storia oggi è portata avanti da Lei e suo fratello. Avete aperto anche un futuro per il suo proseguimento?

Non in famiglia, ma abbiamo con noi dei giovani validi che potrebbero proseguire il nostro cammino, formati nelle scuole orafe e nell’Istituto Poligrafico della Zecca di Stato, la Scuola della Medaglia, un Istituto di grande tradizione nato sotto lo Stato della Chiesa e che è diventato poi l’Istituto Poligrafico dello Stato Italiano dopo l’unità, che offre un percorso formativo altamente specializzato, cui si accede generalmente ma non necessariamente provenendo da un istituto d’arte ed in cui si insegnano materie che poi rendono capaci i suoi studenti di apprendere anche in ambito orafo.

Che caratteristiche deve avere un giovane per avvicinarsi al meglio al mondo dell’oreficeria?

Umiltà e pazienza sono le peculiarità fondamentali e devo dire che rispetto a qualche anno fa, quando la prima domanda di un giovane che veniva a proporsi era sul compenso economico che gli sarebbe stato accordato, oggi e già da qualche tempo a dire il vero, si trovano di nuovo giovani che capiscono l’importanza di approcciarsi a questo mestiere con umiltà e con la voglia di apprendere che contraddistingue anche noi alla nostra età, perché anche tra i più esperti c’è sempre la possibilità di apprendere confrontandosi con oggetti mai realizzati prima, metodologie diverse o nuove tecnologie.

Ha parlato di nuove tecnologie. L’innovazione nel vostro settore c’è? Ed a che punto è arrivata?

C’è come c’è sempre stata, L’innovazione per forza di cose, mano mano entra, bisogna sapere come utilizzarla. Il computer può facilitarci le cose, aiuta a scrivere, parlare e ragionare, ma di fondo bisogna saperlo fare perché difficilmente sarà il computer a farlo per noi. Allo stesso modo, io posso progettare un oggetto disegnandolo al computer invece che su carta ed a differenza del passato, ora con la prototipazione rapida garantita dalle stampanti 3D posso anche produrre il prototipo. Ed a chi considera questo in chiave negativa sostenendo che in futuro non si farà più nulla artigianalmente, rispondo che perché un prototipo diventi prodotto finito le capacità manuali sono ancora necessarie. Il giorno che una stampante 3D consegnerà il prodotto finito con tanto di etichetta sopra allora valuteremo come usarla. Del resto già da tempo esistono tecniche di produzione in serie, come la microfusione, utilizzate da chi produce le famose migliaia di pezzi uguali, ma esiste anche chi ancora sceglie di costruire i pezzi completamente a mano. Parliamoci chiaro, la tecnologia c’è nella progettazione della Ferrari come in quella dell’utilitaria, ma da una esce la Ferrari, dall’altra no, il supporto tecnologico non può produrre qualità se questa non è in chi lo utilizza.

Abbiamo parlato del grande livello tecnico che porta a realizzazioni di grande qualità. Da sempre però Roma è anche culla di creatività e ricerca artistica. Una ricerca che a livello europeo, pensiamo ad esempio alla Bauhaus, nel ventesimo secolo ha portato ad enormi cambiamenti. Roma ha mantenuto questa capacità di proporre un suo carattere, una sua identità, uno stile creativo caratterizzante?

Roma da questo punto di vista è una fonte d’ispirazione continua. Si può scegliere di esprimerla nel contemporaneo come nel classico.

Uno degli ultimi concorsi promossi dall’Università degli e Nobil Collegio degli Orefici aveva come tema Bernini. Ovunque, per vedere opere come quelle di Bernini si va nei musei e nei palazzi, a Roma invece Bernini lo si vede semplicemente passando per Piazza San Pietro, Piazza Navona, Via del Quirinale, si alzano gli occhi e si osserva l’opera di Bernini. A Roma quindi basta passeggiare e ammirare per essere ispirati, poi sta ad ognuno di noi saper raccogliere questi stimoli ed elaborarli a secondo della propria sensibilità e di cosa si vuole produrre. Una creazione di Bernini può ispirare così anche opere ultra moderne, durante il concorso abbiamo osservato oggetti di ogni tipo, dal classico al moderno e non solo, con creazioni che potremmo definire vere e proprie nuove proposte, eppure la fonte di ispirazione era sempre la stessa per tutti. Fermo restando che l’artigianalità, la mano d’opera diciamo, la cura dell’oggetto, devono sempre essere ad altissimo livello, la modernità può essere ricercata nelle linee, nelle strutture, nella ricerca dell’espressione o dei materiali, un oggetto moderno non deve essere qualcosa di realizzato in maniera più semplice o banale, quello che cambia è il gusto, quello che l’artigiano vuole esprimere e come vuole farlo.

Per concludere, abbiamo parlato di qualità e di creatività che nella produzione orafa romana sono di alto livello. Questo livello è misurabile? Se dovesse dargli un voto, che metro userebbe?

Difficile da dire ma certamente come ripetuto più volte la qualità della produzione artigianale è molto elevata, poi purtroppo come in ogni cosa, volendo usare una scala da zero a dieci, ci sono quelli da dieci e ci sono quelli da uno o due. Ma in generale possiamo essere sicuri che il livello medio sia molto, molto buono.

intervista a cura di Riccardo Magni

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