La mancata distinzione – anche normativa – tra Artigianato Tecnico e di Servizio e Artigianato Artistico e Creativo, Tipico e Tradizionale, non fa che – da decenni – gravemente penalizzare la crisi strutturale di quest’ultimo, spesso promiscuamente evocato per pura strumentalità valoriale.
Basta analizzare i dati per rilevare come i due settori non siano tra di loro sommabili per sintetizzare impatti in economia e lavoro, tanto meno per rappresentare i veri valori caratterizzanti il Made in Italy: Artisticità, Creatività, Tipicità, Tradizione, Distintività, Identità.
Una corretta anatomia dell’Identità Artigiana tra “Funzione & Produzione” e “Bellezza & Cultura” rende evidente come la riduzione del problema alla discriminante dell’iscrizione all’Albo sia solo una strumentale quanto dannosa semplificazione che dimostra la non conoscenza o peggio il disinteresse per la vera, diffusa, complessa e critica realtà creativa e artigianale del nostro Paese.
di Carlo d’Aloisio Mayo, vice presidente di FaròArte
L’Equivoco Semantico: Un Nome, Due Mondi
In Italia, la parola “Artigianato” gode di un’aura quasi mitologica. Evoca immediatamente immagini di botteghe polverose, mani sapienti che plasmano il cuoio o il marmo e un’atavica dedizione alla bellezza.
Tuttavia, se apriamo i registri delle Camere di Commercio e analizziamo l’Albo delle Imprese Artigiane (A.I.A.), la realtà che emerge è profondamente diversa, molto più pragmatica e, per certi versi, spiazzante.
Esiste oggi una dicotomia silenziosa, ma profonda, tra l’artigianato tecnico e di servizio – che rappresenta la colonna vertebrale operativa ed economica del Paese – e l’artigianato artistico e creativo, tipico e tradizionale, che ne costituisce invece l’anima identitaria e culturale.
Confondere questi due piani non è solo un errore statistico; è un’operazione comunicativa spesso praticata per scopi suggestivi, che rischia di annacquare il valore reale del Made in Italy in un mare magnum di servizi standardizzati.
Ecco i dati !
Tabella Analitica dell’Artigianato Italiano *
Legenda dei parametri riconducibili alle specificità valoriali che, nella loro ipotizzata prevalenza, possono essere riconducibili alla cd. espressione del “Made in Italy” e come tali le macro-categorie sono evidenziate in colore “verde“, distintamente dalle altre macro-categorie valorizzate in colore “grigio“:
- Tipico = TIP
- Tradizionale = TRA
- Creativo = CRE
- Artistico = ART
- Distintivo = DIS
- Identitario = IDE
(*) E’ opportuno precisare che i dati riportati nella tabella sono significativamente aggregati per ragioni di sintesi contestualizzabile a questo articolo. Un maggiore dettaglio analitico farebbe probabilmente emergere informazioni ancora più puntuali nel definire una ancora più ampia reale forbice discriminante tra i due macro settori dell’Artigianato Italiano, proprio perché molte attività ricomprese nelle categorie “verdi” verosimilmente svolgono attività prevalentemente, se non esclusivamente, tecniche e di servizio, più coerentemente, quindi, riconducibili alla classificazione “grigia“.
Da questa tabella, con le precisazioni prudenziali per eccesso sopra riportate*, si possono estrarre i seguenti dati di sintesi relativi alle attività artigiane svolte nell’ambito delle macro-categorie “Verdi”, in quanto tali – sempre prudenzialmente – potenzialmente riconducibili a reale espressione del “Made in Italy“!
Numero imprese: circa 196.500 pari a circa il 17,13% del totale delle Imprese Artigiane Italiane
Numero Addetti (stima): circa 674.000 pari a circa il 19,65% del totale degli Addetti operanti nelle Imprese Artigiane Italiane
Fatturato: circa 45,00 Miliardi di Euro pari al 22,13% del Fatturato complessivo delle Imprese Artigiane Italiane
1. La Forza dei Numeri: Quando l’Artigianato è “Muscolo”
Analizzando i dati quantitativi, balza all’occhio un dato ineludibile: la stragrande maggioranza delle imprese artigiane italiane (oltre il 40%) appartiene al comparto dell’Edilizia e dell’Impiantistica. Muratori, elettricisti, idraulici e serramentisti sono, per legge, artigiani. Essi incarnano l’artigianato “tecnico“: un modello basato sulla manualità professionale, sulla prossimità territoriale e sulla manutenzione del patrimonio fisico del Paese.
A questo si aggiunge l’ampio settore dell’Autoriparazione e dei Servizi Logistici. Meccanici, carrozzieri e padroncini sono i custodi del funzionamento della nostra quotidianità. Senza di loro, l’economia reale si fermerebbe in poche ore. Eppure, se applichiamo a queste categorie i filtri della “tipicità” o dell’”artisticità“, la risposta è inevitabilmente negativa. Un impianto elettrico a norma a Milano è identico a uno realizzato a Berlino o a Tokyo; segue standard internazionali, utilizza componenti industriali e mira alla funzionalità pura.
Questo è l’artigianato di servizio: un gigante da oltre 600.000 imprese che garantisce stabilità economica e occupazione, ma che non ha alcuna velleità di rappresentare l’eccellenza estetica o la tradizione storica del territorio. È il “muscolo” produttivo, indispensabile, ma non identitario.
2. L’Essenza del Made in Italy: Quando l’Artigianato è “Anima”
All’estremo opposto troviamo quel nucleo ristretto, quasi una “riserva di Valore“, che chiamiamo “Artigianato Artistico e Creativo, Tipico e Tradizionale“. Qui i numeri si contraggono drasticamente: parliamo di poche decine di migliaia di imprese in settori come la liuteria, l’oreficeria, la ceramica artistica, il restauro e la sartoria su misura.
In questo perimetro, che – pur ottimisticamente – non raggiunge il 20% del settore Artigiano, il lavoro dell’artigiano non è solo un “saper fare“, ma anche un “saper creare“. Qui i sei fattori caratteristici (Tipicità, Tradizione, Creatività, Artisticità, Distintività e Identità) coesistono simultaneamente:
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Creatività e Artisticità: Il prodotto non è la semplice esecuzione di un progetto standard, ma il risultato di un input intellettuale elaborativo ovvero anche irripetibile.
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Tradizione e Tipicità: Il metodo produttivo è tramandato nel tempo, nonché strettamente legato alla storia del luogo (si pensi al vetro di Murano o alla ceramica di Faenza).
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Distintività e Identità: Il prodotto è originale, nonché immediatamente riconoscibile come “Italiano” all’estero, caricando di valore simbolico l’oggetto materiale.
È SOLO questo il comparto artigianale che alimenta il mito del Made in Italy nel mondo, attraendo domanda qualificata e turismo acculturato !
3. Il Mercato dell’Equivoco: La Trappola della Comunicazione Suggestiva
Il problema, quindi, sorge quando la politica e il marketing sindacale utilizzano contestualmente i dati aggregati, quantitativamente dominati da quelli del primo gruppo (il “muscolo”) ed evocativamente mixati con i valori identitari del secondo (l'”anima“). È una narrazione ambigua, spesso voluta, che genera una confusione comunicativa pericolosa e controproducente proprio per il settore più fragile, quanto valorialmente più prezioso.
Spesso sentiamo parlare di “milioni di artigiani che esportano la bellezza italiana”. Questa affermazione è una distorsione della realtà: i milioni di artigiani esistono, ma la stragrande maggioranza di essi si occupa di riparare caldaie o posare piastrelle, attività nobili e fondamentali, ma che non hanno nulla a che fare con l’esportazione di bellezza o con la distintività creativa del Made in Italy.
Questa “mistica tout court dell’artigianato Made in Italy” viene usata come un ombrello unico per richiedere sussidi, agevolazioni e attenzione mediatica, mescolando valori e necessità prevalentemente diverse:
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Le necessità di un’impresa artigiana tecnica e di servizio: normative sulla sicurezza, costo delle materie prime, contratti di lavoro, bonus fiscali, snellimenti burocratici, …
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Le necessità di un’attività artigiana artistica e creativa: trasmissione del sapere, tutela del marchio, protezione del diritto d’autore, certificazione della qualità attraverso la tracciabilità della filiera creativa e produttiva, accesso ai mercati internazionali, fiscalità agevolata, semplificazioni amministrative, …
Trattare queste due realtà con lo stesso approccio legislativo o comunicativo significa non comprendere né l’una né l’altra, rischiando di lasciare l’artigianato artistico e creativo – il vero gioiello del nostro Paese – privo degli strumenti specifici di cui ha bisogno per non estinguersi.
4. Verso una Nuova Consapevolezza: Distinguere per Valorizzare
È necessario fare chiarezza. L’artigianato italiano deve essere letto come un sistema a due velocità, o meglio, a due nature.
Da un lato abbiamo l’Artigianato Tecnico-Manutentivo, che necessita di efficienza, digitalizzazione e snellimento burocratico per continuare a servire le comunità locali. È un’economia di prossimità che non ha bisogno di essere “artistica” per essere eccellente.
Dall’altro abbiamo l’Artigianato Espressivo e Identitario, quello che risponde ai criteri di “Creatività” e “Tradizione“. Questo comparto è Cultura prima ancora che Economia. È un bene immateriale che va tutelato e sviluppato con visione e strumenti realmente innovativi. Per questo settore, i dati quantitativi (il numero di imprese) contano meno dei dati qualitativi (la capacità di mantenere viva una tecnica secolare).
5. Il Deserto Generazionale: Cronaca di un’Estinzione Annunciata
Se i numeri dell’artigianato artistico e creativo, tipico e tradizionale sono esigui, il dato più allarmante riguarda l’età media dei protagonisti, spesso sopravvissuti. Ci troviamo di fronte a un “deserto generazionale” che non è frutto del caso o del destino naturale, ma di una pluridecennale incapacità di governance.
Le responsabilità istituzionali sono diffuse e stratificate. La politica e l’amministrazione pubblica hanno continuato a trattare l’artigianato come un comparto monolitico, applicando normative fiscali, burocratiche e di sicurezza pensate per la piccola industria anche alla bottega del liutaio o dell’orafo. Questo “appiattimento normativo” ha reso la gestione di una piccola bottega individuale un incubo amministrativo insostenibile, anche per un giovane che volesse dedicarsi alla creazione, piuttosto che alla compilazione di registri.
Le organizzazioni di categoria, dal canto loro, hanno spesso privilegiato la massa critica degli iscritti (l’artigianato tecnico e di servizio, più numeroso e “pesante” in termini di tesseramento !) rispetto alla specificità dell’artigianato artistico. Il risultato è stato una tutela sindacale generica che ha lasciato il “maestro d’arte” solo davanti alle tempeste della globalizzazione.
6. Il Paradosso dei Grandi Brand: dalla Bottega alla “Gabbia Dorata”
In questo vuoto di tutela e visione, si è inserita la dinamica del mercato globale, che ha trovato nell’artigianato italiano un giacimento di valore da sfruttare. Qui emerge l’aspetto più amaro della crisi: lo sfruttamento umano ed economico delle competenze da parte dei grandi brand del lusso internazionale.
Molti “Maestri artigiani“, impossibilitati a sostenere i costi di una bottega indipendente e schiacciati dalla fragilità del modello individuale, sono stati cooptati nelle filiere massive dei grandi gruppi. In apparenza, è un salvataggio: stipendi garantiti, laboratori moderni, continuità produttiva. Nella sostanza, è un depauperamento identitario:
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Anonimato del Talento: il maestro artigiano diventa un “addetto alla linea di produzione di lusso”. La sua firma identitaria scompare, sostituita dal logo del brand globale.
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Perdita dell’Autonomia Creativa: non è più l’artigiano a decidere la forma e la sostanza dell’oggetto; egli diventa l’esecutore tecnico di disegni decisi in uffici marketing distanti mille miglia dal banco di lavoro.
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Recisione del Legame Territoriale: La competenza viene “estratta” dal contesto della bottega aperta – luogo di scambio e trasmissione del sapere ai giovani – per essere rinchiusa in laboratori blindati, dove la conoscenza non circola, ma viene protetta da accordi di riservatezza (NDA).
Questo processo trasforma l’artigiano in un “proletario di lusso“: detentore di una competenza altissima, ma privato della proprietà del proprio genio e della possibilità di tramandarlo liberamente.
7. La Fragilità del Modello Individuale vs. il Mercato Globale
La bottega artigiana, per sua natura individuale o familiare, è strutturalmente fragile di fronte a un mercato che richiede competenze sempre più specialistiche: logistica globale, marketing digitale, e-commerce, certificazioni per la qualità, ecc.. Senza una governance che favorisca l’aggregazione, il singolo artigiano è destinato a soccombere.
La crisi non è dunque dovuta a una mancanza di domanda – il mondo desidera più che mai il pezzo unico “fatto in Italia” – ma alla dispersione dell’offerta soprattutto per l’assenza di infrastrutture di supporto.
Abbiamo lasciato che l’artigianato artistico diventasse un “lusso per l’artigiano stesso“, una scelta eroica e quasi masochistica, invece di promuoverlo come un asset strategico della nazione.
Conclusioni: Per un Manifesto della Chiarezza
Per salvare ciò che resta del vero Made in Italy, è necessario un atto di onestà intellettuale e politica. Dobbiamo smettere di usare le statistiche dell’Albo Artigiani come un paravento per nascondere l’emorragia di competenze artistiche.
È urgente scindere i percorsi legislativi, nazionali e regionali – L’artigianato artistico e creativo deve godere di uno status di “bene culturale vivente“, con semplificazioni burocratiche drastiche, sgravi fiscali legati al Valore Culturale, nuovi modelli organizzativi per rigenerare la competitività e reinnestare i processi di trasmissione del sapere verso le nuove generazioni.
Senza questi interventi, l’artigianato che esprime l’anima dell’Italia è destinato a diventare un fantasma, un amarcord: un’etichetta evocativa apposta su prodotti industriali, mentre le mani che sapevano davvero creare quegli oggetti saranno state definitivamente rimpiazzate da macchine o rinchiuse nel silenzio di una produzione anonima.
Il “Made in Italy” o è Artigiano – nel senso Creativo del termine – o è solo un’operazione di Packaging. E il tempo per scegliere quale delle due strade percorrere è quasi scaduto.


