Dall’Archivio BiASA – Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte – che raccoglie una vasta raccolta di Periodici Italiani Digitalizzati – riprendiamo un interessante articolo a cura di Guido Calza pubblicato nel n.5 del Maggio 1939 sulla rivista “Capitolivm – Rassegna Mensile del Governatorato”.
Il testo offre uno sguardo nitido e sorprendentemente attuale sulla vita commerciale della Roma imperiale, ricostruendo l’aspetto, l’organizzazione e il ruolo sociale delle tabernae, le botteghe che animavano le strade dell’Urbe.
Attraverso fonti archeologiche, letterarie ed epigrafiche, l’autore mette in luce come esigenze di decoro urbano, concorrenza commerciale e consumo di massa fossero già temi centrali nell’antichità, tracciando un affascinante filo di continuità tra la Roma antica e quella moderna.
CAPITOLIVM – RASSEGNA MENSILE DEL GOVERNATORATO – NUMERO 5 – MAGGIO 1939
Le botteghe in Roma Antica
di Guido Calza
Poiché oggi si parla di rinnovamento e di addobbo estetico dei negozi dell’Urbe, non sarà inutile ricordare che diciannove secoli fa l’Imperatore Domiziano volle migliorare l’estetica edilizia e disciplinare meglio il tumultuoso traffico di Roma imperiale cominciando appunto dal mettere ordine là dove più si notava il disordine e dominava l’arbitrio: nelle tabernae romane. L’allargamento e l’accrescimento delle strade cittadine andò di pari passo con una migliore disciplina dell’eccessivo affollamento delle botteghe che, senza alcun ritegno né dei limiti di proprietà, né del disturbo causato ai passanti, né del decoro cittadino, invadevano le strade stesse con banchi e mercanzie di ogni genere, cui si aggiungevano i carrettini sconquassati e le bancarelle dei venditori ambulanti. Dopo le misure di polizia prese da Domiziano, Marziale può dunque esclamare con viva soddisfazione: “Tensor, copo, cocus lanius sua limina servant. Nune Roma est, super magna taberna fuit” (Il barbiere, l’oste, il cuciniere, il mercante stiano nella propria bottega. Ora Roma ritorna ad essere Roma, prima non era che una grande taberna).
Per capire, il provvedimento di Diomiziano e gli inconvenienti cui pose riparo, bisogna ricordare l’aspetto della massima parte delle strade di Roma antica e delle case che le fiancheggiavano. Le prime erano strette e buie e le case alte da diciotto a venti metri occupate a piano terra da una fila quasi continua di botteghe, interrotta soltanto dagli ingressi ai caseggiati e dalle scale che sboccavano sulla strada, o dai vicoli che dividevano uno o più gruppi di fabbricati. Quindi il desiderio anzi la necessità insita nel mestiere stesso del negoziante di esporre nella miglior luce possibile la propria merce e di richiamare su di essa l’attenzione dei passanti, era, in Roma antica, accresciuta dalle sfavorevoli condizioni delle strade e dalla contiguità dei negozi che cercavano con ogni mezzo di superarsi l’un l’altro e di annullare la concorrenza, invadendo la strada stessa con le loro mercanzie.
Del resto, qualcosa di simile avvenne anche in alcuni punti delle città nostre. Pensate a Ponte di Rialto a Venezia. Pensate alle réclames luminose, sempre più sfacciatamente luminose e disordinatamente accostantesi di Broadway a New York cui deve aggiungersi l’ingombro il vocio e lo strillo dei venditori ambulanti certo più assordante in Roma antica di quanto lo sia oggi a Piazza Navona la notte dell’Epifania.
Roma era infatti, durante l’Impero, una città di forte consumo. Se questa metropoli economica finanziava e dirigeva le forze commerciali dell’Universo, voleva però avere per sé il meglio e il più della produzione mondiale, riservandosi il diritto di consumare le ricchezze che essa accumulava dal dominio del mondo. La sua popolazione che può calcolarsi nel secondo secolo dell’Impero a circa un milione e mezzo di abitanti era, nel suo complesso, tutt’altro che povera. Si è detto anzi, sebbene con qualche esagerazione, che Roma era la città di coloro che vivevano di rendita. Ma certo agiati erano i proprietari di terreni provinciali che soggiornavano nell’Urbe a causa delle loro cariche onorifiche: agiati i molti, troppi funzionari statati in generale lautamente pagati, gli amministratori e gli azionisti delle innumeri società di appalto, di riscossione delle tasse, degli addetti ai trasporti di tutto ciò che serviva a mantenere il lusso della Corte e del patriarcato. Agiati infine, la massima parte, appunto dei negozianti e dei bottegai e degli artigiani di questa città che di continuo si ampliava e si abbelliva per lavori pubblici o per liberalità di ricchi cittadini o funzionari e che procurava lavoro a molti operai. E qualche soldo da spendere anche quei 150.000 proletari della plebe romana che l’Annona nutriva a spese dello Stato e tutti quei clienti che spesso desideravano accrescere la sportula regalata loro dal patrono con qualche cibo o mercanzia comprata nelle varie botteghe.
Se queste erano più o meno simili per tipo di costruzione o per arredo, come dirò più otre, erano invece innumerevoli i generi della mercanzia e di conseguenza i negozianti.
Li conosciamo sopra tutto dalle iscrizioni, dalle liste di quelle corporazioni in cui essi si riunivano a tutela dei loro interessi e a difesa delle loro categorie. Per quanto riguarda l’alimentazione, oltre ai grossisti (magnarii) di grano, di olio, di vino, c’erano minutanti di frutta (fructuarii), di meloni (poponarii), di lupini (lupinarii). Altri erano produttori e venditori insieme, come gli olitores mercanti e produttori di legumi, o i piscatores pescatori o pescivendoli, i panettieri che erano anche mugnai (come ci mostra la tomba di Euvysate a Porta Maggiore) i pasticceri (siliginarii) i confettieri (pastillarii) i tavernieri ed albergatori (caupones). Dai generi di prima necessità; si passa ai profumieri e ai droghieri (pigmentarii) si fiorai, ai magazzini di vetri e specchi (specularii), ai lavoratori in avorio (eboraii), ai mercanti di anelli, di perle, e agli orefici. Fabbricanti e venditori insieme erano i sarti (vestiarii), i venditori della seta che veniva dalla Cina ma era lavorata anche qui (serarii); le varie categorie di calzolai per uomo e per donna (caligarii e fabri, solarii, boxiarii), i lavandai, tintori, i ricamatori e mille altri.
Inutile allungare la lista di tutti coloro che per la loro industria, il loro commercio, la loro professione avevano bisogno di un negozio dove lavorare o vendere la merce. Meglio constatare che non c’era strada di Roma in cui non vi fosse una lunga teoria di tabernae, giacché le botteghe allora non erano raggruppate solo in alcuni quartieri come nei sonks orientali, ma sparse un po’ dappertutto.
La stessa fisionomia edilizia di Roma imperiale sarebbe incompleta senza la conoscenza delle tabernae che ci danno la prima cornice del quadro stradale dell’Urbe.
La bottega era un vano aperto direttamente sulla strada con larghe aperture incorniciate o no di travertino, e in fondo ad esse era il più delle volte una scaletta per ascendere alla abitazione soprastante, illuminata da una finestra. Sopra la bottega a guisa di tettoia sporgeva un pergula destinata più ad altro per riparare i passanti e i clienti dal sole e dall’acqua.
La porta della bottega era costruita da una fila di tavole incastrate o, meglio, scorrenti lungo il solco della soglia dell’architrave e quindi tutte levabili durante la giornata. All’estremità di questa serie di tavole, era una porticina aprentesi su bilico, la quale permetteva l’ingresso nella bottega senza togliere tutte le tavole di chiusura. Questa era assicurata da spranghe di legno o di ferro all’esterno o all’interno.
Quando la bottega era aperta, tutto dunque era in mostra, e l’esposizione della merce invadeva perfino il marciapiede e la strada. Mostre vere e proprie come noi intendiamo oggi non dovettero esserci. Ma anche a bottega chiusa l’insegna sostituiva la mostra, la vetrina. Il nome e la qualità del negoziante, scritta su tabelle come vediamo nel rilievo dell’Isola Sacra, Lucifer aquatarius (Lucifero, acquaiolo); oppure una figura o una scena dipinta sulle pareti esterne della bottega come a Pompei o incise su rilievi marmorei e di terracotta come quelli che qui pubblico trovati in Ostia e nella Necropoli del Porto di Roma, bastavano a richiamare l’attenzione del passante. Talvolta, oltre alle divinità, principalmente la Fortuna e Mercurio, erano dipinti all’esterno della bottega affissi commerciali del cui contenuto non possiamo purtroppo giudicare perché quasi del tutto scomparsi. Non erano infatti che lettere dipinte in rosso sopra un velo di calce bianca, rinnovatesi ogni volta che si cambiava l’affisso, come avviene oggi per l’affisso pubblicitario a mezzo di striscioni di carta a stampa.
L’interno della bottega aveva ben poco arredo. Se si trattata di vendita di generi alimentari e di bevande, tutto si esponeva e si smerciava sopra un banco di muratura rivestito di marmi colorati sui ripiani del quale, anfore, bottiglie, o merce varia faceva bella mostra di sé. In un Thermopolium di Ostia, gemello a tanti altri anche di Pompei, il banco di vendita contiene due vaschette per lavare le stoviglie e si adorna di una esile colonnina di giallo antico, mentre le pareti interne sono coperte di dipinti raffiguranti a vivaci colori i prodotti mangerecci che ivi si smerciavano o si consumavano sul posto, giacchè dietro la bottega, c’è una sala con banco marmoreo lungo i muri e una fontanina nel mezzo, come si trattasse di una sala di ristoro, di un bar con tavole calde.
Non mancano del resto per alcune specie di negozi, scrigni ed armadi atti a contenere mercanzie di pregio come vediamo su alcuni rilievi; e di qualcuno ci resta perfino l’originale in legno, in qualche bottega di Pompei o di Ercolano.
La bottega di un macellaio o di un norcino era poi del tutto simile alla nostra. Il rilievo che ce la riproduce raffigura un ferro uncinato sul quale sono appesi pezzi di carne e di salumi, ma quel che più s’agguaglia è il tronco di legno su cui si taglia la carne e che era in uso fino a pochi anni fa nelle macellerie. Nè c’è una differenza tra la erbivendola ambulante di allora e di oggi: anzitutto anche allora gli erbaggi eran venduti dalle donne piuttosto che dagli uomini e poi su due cavalletti di legno è stesa una tavola con i mazzi di legumi esposti e sotto il panchetto improvvisato sta il grande canestro di vimini che ha servito per il trasporto della merce e che servirà per portar via il rimasto e il rifiuto.
Piuttosto che dire il consueto “non c’è nulla di nuovo sotto il sole”, diremo che anche per le botteghe Roma antica ci fa constatare che la tradizione romana è giunta fino a noi.
Qui la fonte dalla quale è stata ripreso il testo della pubblicazione: “Capitolivm – Rassegna Mensile del Governatorato” – n. 5 del maggio 1939
Trascrizione a cura di Sara Domenici
