Dietro l’eleganza e i prezzi elevati dei prodotti di lusso italiani si nasconde una realtà meno glamour: Artigiani invisibili, filiere frammentate, sfruttamento delle competenze e profitti che si concentrano sui “brand”.
Il futuro socio-economico del “Made in Italy” dipende dal riconoscimento del valore umano, culturale e creativo di Chi realizza davvero questi prodotti di eccellenza.
di Sara Domenici
L’Italian Style della filiera del lusso si trova oggi di fronte a una crisi strutturale che va oltre i singoli casi di sfruttamento, coinvolgendo dinamiche economiche, culturali e organizzative profonde.
I “grandi marchi“, nel tentativo di massimizzare i profitti, delegano gran parte della produzione a subappaltatori, spesso lungo catene complesse con più livelli intermedi. Questa frammentazione rende difficile il controllo sulle condizioni di lavoro e favorisce pratiche di sfruttamento.
Profitti a scapito dei diritti
L’assenza di modelli organizzativi solidi può tradursi in una responsabilità indiretta per aver favorito, seppur involontariamente, lo sfruttamento degli Artigiani, mentre il risparmio sui costi di produzione diventa centrale per ottenere margini altissimi su prodotti venduti a prezzi molto elevati.
Queste dinamiche hanno conseguenze etiche, economiche e politiche rilevanti.
Dal punto di vista etico, il lusso Made in Italy rischia di perdere legittimità se la sua immagine di eccellenza artigiana è sostenuta da pratiche che riducono diritti e remunerazioni.
Economicamente, il modello di subappalto sottopone le piccole e medie attività a pressioni contrattuali tali da incentivare la ricerca di fornitori sempre più a basso costo, penalizzando gli Artigiani anche e soprattutto quelli che, con sforzo e notevoli onerosità, si impegnano a rispettare standard di lavoro dignitosi nei loro laboratori e con gli eventuali collaboratori.
Politicamente, diventa urgente rafforzare, valorizzare e sostenere la regolamentazione della filiera, promuovendo trasparenza, responsabilità legale dei marchi e strumenti di controllo come richiede la Direttiva Europea sulla Due Diligence in materia di diritti umani, che obbliga le imprese a monitorare la propria catena di fornitura e ad intervenire quando emergono rischi o casi di sfruttamento.
L’artigiano invisibile
Al centro di questo sistema frammentato si trova l’Artigiano, paradossalmente invisibile, nonostante costituisca la “radice culturale“ del valore attribuito al prodotto Made in Italy.
La narrativa dei “grandi marchi” usa esaltare ed evocare nella comunicazione l’eccellenza artigiana, la creatività e l’unicità del Made in Italy, ma la realtà è diversa: l’Artigiano è pagato molto poco rispetto al prezzo finale dei prodotti, non partecipa alla valorizzazione economica della propria capacità e resta escluso dall’immagine finale del prodotto restituita dal brand.
Questa condizione determina, di fatto, una mortificazione in termini di riconoscimento identitario e di valore professionale dell’Artigiano, rendendo “merce” le sue competenze artigianali, piuttosto che reale espressione del patrimonio umano e culturale Italiano.
Il valore minacciato del Made in Italy
La conseguenza più grave riguarda proprio il valore del Made in Italy. Quando l’eccellenza artigiana è sfruttata o marginalizzata, il marchio nazionale perde credibilità: ciò che un tempo era sinonimo di qualità, tradizione e autenticità rischia di diventare uno slogan vuoto.
L’attenzione crescente dei consumatori verso l’etica della produzione evidenzia le contraddizioni tra l’immagine e la realtà della produzione di beni di lusso Made in Italy, mettendo a dura prova la sua reputazione a livello internazionale.
Inoltre, il progressivo ridimensionamento del ruolo degli Artigiani porta alla perdita di mestieri e di competenze uniche, impoverendo la cultura materiale e immateriale del Paese e mettendo a rischio la capacità di innovare mantenendo l’identità nazionale.
Il Made in Italy non subisce solo un danno economico immediato: si indebolisce l’intero tessuto creativo su cui si fonda il successo globale del lusso italiano.
Il fenomeno ha anche un impatto psicologico: la percezione di invisibilità, la precarietà economica e la riduzione delle possibilità di reinventarsi generano frustrazione e spingono molti talenti a lasciare il settore.
Appropriazione culturale e trasferimento di valore
Le capacità creative e artigianali indipendenti, assorbite dai brand senza offrire adeguati riconoscimenti, rappresenta una vera e propria forma di appropriazione culturale e colonizzazione interna.
La conseguenza è un trasferimento di valore: i “grandi marchi“ incassano la maggior parte dei profitti, mentre gli Artigiani “sopravvivono“ con guadagni minimi rispetto al prezzo finale del prodotto.
Questo processo non solo impoverisce economicamente l’Artigiano, ma riduce anche la capacità del nostro Paese di mantenere il proprio patrimonio esperienziale unico, perché il valore aggiunto generato dal lavoro dell’Artigiano viene “catturato“ quasi interamente dalle grandi etichette.
Le conseguenze sul sistema e sulla qualità
Il risultato è un circolo vizioso che minaccia l’intero ecosistema del Made in Italy: mestieri altamente specializzati rischiano di scomparire, i centri produttivi perdono competenze tradizionali e la qualità dell’Italian Style percepita nel segmento di mercato del lusso si impoverisce.
La sfida consiste nel cambiare paradigma, riconoscendo il ruolo centrale degli Artigiani non come costo da contenere, ma come custodi del valore, collaboratori creativi e, quindi, una risorsa strategica.
Verso un Made in Italy del mercato del lusso etico e sostenibile
Per rendere sostenibile il lusso italiano è necessario un approccio multilivello.
I “grandi marchi” devono adottare modelli di controllo rigorosi, certificazioni reali e trasparenza sui fornitori. La normativa deve garantire responsabilità legale e tutela dei lavoratori lungo tutta la filiera.
Gli Artigiani vanno supportati attraverso formazione, modelli organizzativi di cooperazione, accesso al credito, agevolazioni fiscali e valorizzando il processo creativo, riconoscendo il giusto “valore economico“ alle fasi di progettazione e/o di realizzazione del prodotto finale.
Anche le scelte dei consumatori giocano un ruolo cruciale: essi possono influenzare il mercato premiando i Marchi che dimostrano un impegno serio e reale verso la sostenibilità sociale.
Conclusioni
Solo attraverso una combinazione di strumenti normativi e legislativi più coerenti con l’attuale sistema di gestione del percorso dalla produzione al mercato, controlli efficaci, responsabilità dei brand, aumento del potere degli Artigiani e consapevolezza dei consumatori, sarà possibile rompere il circolo dello sfruttamento, preservare l’identità culturale del Made in Italy e costruire un lusso realmente etico, creativo e sostenibile.