Dall’Archivio BiASA – Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte – che raccoglie una vasta raccolta di Periodici Italiani Digitalizzati – riprendiamo un interessante articolo a cura di Piero Gazzotti pubblicato nel n.10 del mese di Ottobre 1942 sulla rivista “Capitolivm – Rassegna Mensile del Governatorato”.
Il testo ripercorre la lunga e complessa storia dell’artigianato romano, dalle origini etrusche e dall’organizzazione delle corporazioni nell’antichità, fino alla continuità medievale e allo sviluppo dell’età moderna e contemporanea.
Attraverso un’ampia ricostruzione storica e sociale, l’articolo restituisce l’immagine di un artigianato profondamente radicato nella vita economica e urbana di Roma, presentato come elemento identitario e forza produttiva capace di attraversare i secoli adattandosi ai mutamenti della città e della società.
CAPITOLIVM – RASSEGNA MENSILE DEL GOVERNATORATO – NUMERO 10 – OTTOBRE 1942
Roma e l’artigianato
di Piero Gazzotti (Presidente della Federazione Nazionale Fascista degli Artigiani)
Il termine artigianato richiama alla mente alcune idee che gli sono strettamente connesse: tra queste, è l’immagine di una Roma antica, dalla scrittura tradizionale, al cui centro sta una particolare vita economica, di forma appunto squisitamente artigianale.
Va detto, infatti, che i romani si possono considerare gli eredi dell’artigianato etrusco, il cui favoloso sviluppo si concreta anche oggi in alcune documentazioni, specie per quanto concerne le terrecotte e l’oreficeria.
Intendendo dunque occuparci dell’artigianato romano, non è possibile non rifarci alle gloriose origini che esso può vantare. La necessità della presenza dell’artigianato nella Roma classica era così profondamente sentita che non si aveva quasi esportazione in quanto tutte le produzioni artigianali si esaurivano sul mercato locale.
Roma convogliò in sé le specialità artigiane che si erano sviluppate nelle regioni finitime, particolarmente in Etruria ed in Campania. Alcune vie di Roma antica presero denominazioni che richiamano alla mente alcuni mestieri artigiani, in base a quella tendenza che gli artigiani dello stesso mestiere avevano di raggruppare le loro botteghe e le loro case. Si sa, per esempio, che la Via Sacra divenne rapidamente il centro delle botteghe-officine degli orefici. A poco a poco così si costituirono le corporazioni, in quanto lo sviluppo dell’artigianato libero si andò ben presto trasformando, e in quanto l’introduzione della mano d’opera servile ne ostacolò l’ulteriore potenziamento. Perciò se in un primo tempo questa stessa mano d’opera servile fu utilizzata dagli artigiani, in un secondo tempo, e precisamente nell’età repubblicana, si costituirono quelle corporazioni che dovevano essere la tenace salvaguardia del lavoro artigiano fondata sulle regole dell’entità unione-forza. I documenti ci insegnano che già nell’età repubblicana esistevano importanti corporazioni, dei fabbricanti di stoffe, dei ceramisti, dei fabbri, degli orefici. Ma questa organizzazione corporativa assume uno sviluppo fortissimo nel periodo imperiale. Questo sviluppo ci da pure una precisa idea dell’estrema specializzazione che assume ogni ramo della produzione artigiana. Le associazioni corporative diedero una grandissima coesione alle masse dei lavoratori, tutelandone gli interessi, garantendone la continuità e assicurando alle singole comunità le pratiche del culto divino e funerario. In tal modo l’artigianato poté sopravvivere rigoglioso anche con il sopravvento sviluppo della grande industria e costituì sempre una solida forza economica della società imperiale. Va aggiunto che nei pressi di Roma si mantenne sempre vivo uno schietto artigianato rurale, specie in rapporto alle esigenze della vita agricola.
Le tracce della vita artigiana di Roma antica sono tutt’ora visibili e riscontrabili. Sono affiorati, per esempio, considerevoli ruderi del primo emporio repubblicano sul Tevere, che è tale da dare un’idea precisa del mondo che ci interessa. Le corporazioni artigiane continuarono la loro vita anche dopo la decadenza dell’Impero, e finirono per entrare anch’esse nella vita del Comune, durante il Medio Evo. Tuttavia ciò avvenne più tardi che nelle altre città d’Italia soprattutto perché il sistema di Roma era profondamente diverso. La partecipazione delle Arti al governo fu, infatti, resa impossibile sia dalla potenza dell’aristocrazia, che era protetta dalle frequenti venute dell’Imperatore a Roma, sia dall’ingerenza del Pontefice.
Ma appena le circostanze si modificarono favorevolmente per le Arti i capi di esse furono chiamati al reggimento municipale: il vecchio titolo di “Senatus” fu soppresso, e la città assunse il nuovo titolo di “Comunis”. Da allora in poi i consoli delle Arti si radunarono in Campidoglio dove ciascuna di esse ebbe la sua sede rappresentativa. Sulle mura del palazzo dei Conservatori, che fu già dei Decurioni vessilliferi, si vedono infatti ancora le relative iscrizioni ed insegne. Lungo la scala che, dalla piazza di Michelangelo dove si erge la statua di Marco Aurelio, conduce al portico del Vignola, si possono leggere sugli architravi i nomi di alcune corporazioni “L’Universitas albergatorium” con sopra la statua di San Giuliano detto appunto l’Ospitaliero, “L’Universitas muratorum” con l’archipendolo, le squadre, la cazzuola. Analogamente, sulle sei porte del palazzo divenuto dei Conservatori si trovano iscrizioni analoghe relative alla corporazione dei farmacisti, alle università (che vale naturalmente sempre in senso corporativo) dei mercanti, dei macellai, dei falegnami, degli osti e via dicendo. Ogni corporazione aveva il suo oratorio ed il suo Santo protettore che era venerato in confraternita.
Così, per esempio, i fornai costruirono la chiesa di Santa Maria di Loreto al Foro Romano; i falegnami quella di San Giuseppe pure al Foro Romano; e gli osti quella di San Rocco in via Ripetta. Si potrebbe continuare: coi muratori (San Gregorio, in via Leccosa), coi farmacisti (San Lorenzo in Miranda), coi mercanti (San Valentino e Sebastiano in piazza Paganica), e via dicendo.
Si hanno inoltre precise notizie relativamente ai macellai, agli acquavitari, ai tabaccai, ai tipografi, ai carpentieri, ai pescivendoli…
Passano i secoli, ma, anche nei periodi più oscuri la vita artigiana di Roma non si spegne.
Circa il 1620 si ha la notizia del sorgere in Roma della prima fabbrica di arazzi, per opera del Cardinale Francesco Barberini. Questa fabbrica eseguì numerosi arazzi sugli originali di Pietro da Cartona e di Giovanni Francesco Romanelli. Salito al pontificato Urbano VIII la produzione degli arazzi accrebbe notevolmente le sue proporzioni per i lavori che lo stesso Pontefice ordinava di eseguire. La casa Barberini alla fine del secolo scorso possedeva centinaia di arazzi eseguiti in quel tempo. Dopo la chiusura della fabbrica l’Arte sopravvisse per opera di arazzieri privati sinché Clemente XI diede al principio del ‘700 incarico a due artigiani di fondare un’arazzeria nell’Istituto di San Michele. Accanto a questa non tardarono a sorgere altre piccole fabbriche, delle quali una presso Santa Maria in Trastevere, l’altra a San Salvatore della Corte.
Un altro settore artigiano che fiorì in questo periodo nella Roma papale fu quello dei mosaicisti. Fi Sisto V a creare questa fabbrica. Il valore di quest’arte assunse presto a grande perfezione e si mantenne poi a lungo inalterato. Mentre in passato molti mosaicisti romani lavoravano nei propri studi o per la fabbrica vaticana o per clienti privati, a poco a poco, essi finirono col raccogliersi intorno allo studio della Fabbrica di San Pietro che assicurava la continuità del lavoro.
Le esemplificazioni storiche nei vari periodi potrebbero continuare. Noi abbiamo voluto ricordare alcuni settori tra i più inediti, quelli cioè sui quali l’attenzione degli studiosi si è fermata con minore frequenza. Ma va detto, per obiettività di critica, che non c’è quasi settore dell’artigianato romano dei vari tempi che non abbia trovato il suo cultore, il suo studioso.
Oggi in Roma l’artigianato è in fervidissima attività. Tutte le comunità dei mestieri sono rappresentate nella capitale con 189 mestieri, più propriamente detti comprendenti l’alta cifra di circa 30.000 artigiani. Se mai si potrà stabilire una prevalenza dei mestieri usuali, caratteristica questa, tipica dell’artigianato romano e laziale in genere. Ma ciò non toglie che, anche nel campo artistico, vi siano espressioni molto ragguardevoli: infatti risulta alquanto elevato il numero degli ebanisti, dei fonditori di oggetti d’arte, degli argentatori, degli stuccatori, degli orefici e dei marmisti, per citare le categorie più adatte a produrre lavori di carattere artistico.
Recenti mostre ed esposizioni hanno messo in viva luce numerose aziende artigiane in grado di collocare sul mercato artigiano “voci” di ottima fattura e di elevata ispirazione.
Nel quadro economico della Roma di oggi non si può trascurare l’apporto dell’artigianato, apporto che si è intensificato nel momento presente in seguito ai ripiegamenti della grande industria, impegnata in campi più pressanti.
Il fiorente e caleidoscopico artigianato romano d’oggi rappresenta dunque la legittima continuazione delle classiche corporazioni romane d’arte e mestieri, e costituisce un organismo completo di interesse economico e mercantile, suscettibile (superato il periodo contingente) di ulteriori potenziamenti e perfezionamenti.
La Segreteria Provinciale della Federazione Nazionale Fascista degli Artigiani svolge, specie attualmente, un’attività ininterrotta che assicura agli artigiani, pur con le limitazioni ineliminabili, sia le materie prime necessarie che la continuità del lavoro.
Tutti i settori sono stati adeguatamente e prontamente mobilitati dall’organizzazione vera e propria dell’assistenza, dall’istruzione tecnico professionale all’assistenza economica. Per quanto concerne specificatamente l’approvvigionamento delle materie prime, problema di scottante attualità, tutto si fa per assicurare i generi fondamentali, dai materiali ferrosi al carburo di calcio, dal carbone coke da gas al carbone vegetale, dai filati cucirini al cemento; ed ancora, il solfato di rame, l’oro per gli usi consentiti, la biancheria da lavoro, i tessuti, lo stagno, il cuoio, l’avena, la benzina, la benzina solvente, le gomme per cicli e motocicli, il petrolio, il legname da lavoro, il sapone da barba e da bucato. E si potrebbe continuare.
Si tratta di un problema quotidiano imponente nelle proporzioni e pressante nelle soluzioni che richiede. Accanto ad esso vanno aggiunte le altre attività federali, che garantiscono nel loro complesso la regolarità del funzionamento della vita artigiana. Dall’assistenza sociale a quella tributaria, dall’assistenza tecnica ed artistica all’ordinamento delle manifestazioni a carattere dimostrativo l’imponente lavoro degli organi federali romani, si dispiega di questi tempi in tutta la sua vastità.
Non soltanto in questo modo si può assicurare il funzionamento di una macchina delicata e singolarmente complessa e ricca di elementi come quella costituita dall’artigianato romano d’oggi. Esso adempie pienamente ai suoi compiti di guerra nel quadro del fronte interno. Ed è chiaro che oggi soltanto così si è veramente degni delle proprie luminose tradizioni.
Qui la fonte dalla quale è stata ripreso il testo della pubblicazione: “Capitolivm – Rassegna Mensile del Governatorato” – n.10 del mese di Ottobre 1942
Trascrizione a cura di Sara Domenici

