Martedì 16 dicembre 2025 – La Repubblica – Roma
L’artigianato sotto l’albero “Giro d’affari da 600 milioni”
A Natale il 30% dei romani regalerà oggetti fatti a mano. Intanto la CNA lancia l’allarme: “Le imprese attive sono in calo”.
di Salvatore Giuffrida e Valentina Lupia
Mosaici, gioielli contemporanei, borse in tessuto, ceramiche, paralumi fatti a mano che sembrano opere d’arte. A Natale i romani premiano l’unicità e il valore del saper fare, scegliendo sempre più spesso creazioni artigianali come regali per amici e parenti. Un cambio di rotta rispetto agli anni precedenti che racconta il desiderio di doni autentici, originali e carichi di identità, lontani dal fast fashion e dalla produzione in serie.
La tendenza trova piena conferma nei numeri: i doni natalizi e i consumi legati alle festività valgono complessivamente due miliardi di euro nella capitale. E di questi ben 600 milioni sono destinati al settore artigiano. Non solo: circa il 30% della spesa natalizia viene orientata verso prodotti fatti a mano, specialità alimentari tipiche, creazioni di laboratorio e servizi alla persona, segno di una crescente attenzione alla qualità, alla filiera corta e al valore del lavoro umano.
A raccontare il trend sono i dati del Centro studi CNA Roma, presentati ieri in occasione dell’inaugurazione di “Natale Artigiano”, la mostra-mercato organizzata dalla Confederazione Nazionale dell’Artigianato a Palazzo Velli (piazza di Sant’Egidio 10, a Trastevere), aperta al pubblico fino al 21 dicembre.
Un appuntamento con il patrocinio del Comune e della Regione che mette al centro il meglio della creatività e del talento artigiano della Capitale, ma che al tempo stesso invita i romani a riflettere sull’importanza di scegliere un dono sostenibile e unico: “Il regalo artigiano – dice Roberto Orlandi, presidente della CNA Roma – non è solo un acquisto: è un atto di fiducia verso chi crea e sostiene la nostra economia ogni giorno”. E in un momento storico “di incertezze, scegliere il locale significa rafforzare il tessuto economico cittadino contribuendo a preservare saperi, tradizioni e relazioni che rappresentano il vero patrimonio intangibile e irrinunciabile della nostra città”.
Un tesoro prezioso che, però, rischia di scomparire. A Roma operano oggi oltre 60mila imprese artigiane, una rete produttiva diffusa e vitale che proprio nel mese di dicembre vive uno dei momenti più intensi dell’anno, tra ordini, vendite e nuove committenze legate alle festività.
Eppure, il quadro non è privo di ombre: “Rispetto all’anno scorso, nel terzo trimestre del 2025 abbiamo registrato un lieve calo delle imprese attive sul mercato, pari a -1,6%, un’inversione di tendenza che segue un periodo relativamente positivo, nel quale “era stato registrato un saldo attivo di 212 imprese”, prosegue Orlandi.
Un segnale che, pur non configurando un’emergenza immediata, fa suonare un campanello d’allarme sul futuro di un settore fondamentale per l’economia capitolina, fatto di competenze, tradizioni e mestieri che già nei prossimi anni rischiano di andare perduti.
Analisi critica dell’articolo
a cura di Sara Domenici
L’articolo propone una rappresentazione fortemente positiva del settore artigiano romano, in particolare nel periodo natalizio, costruita attraverso dati economici di forte impatto ed un linguaggio dal tono celebrativo.
Fin dal titolo e dalle prime righe, il racconto punta ad enfatizzare risultati, anche economici, conseguenti all’idea di un ritorno all’autenticità, all’unicità e al valore del “saper fare”, contrapponendo l’artigianato alla produzione di massa.
Tuttavia, ad una lettura più attenta, emergono diverse incoerenze ed ambiguità che, a nostro avviso, indeboliscono la solidità complessiva dell’argomentazione complessiva, rendendola ambiguamente interpretabile rispetto alla realtà attuale del segmento dell’Artigianato Artistico e Creativo, ambito specifico in quanto tale valorialmente evocato in premessa e nel corpo dell’articolo, così come rappresentato nel contesto espositivo dell’evento “natalizio” nel quale sono stati presentati i dati.
Una prima criticità riguarda l’uso e l’interpretazione dei dati economici. L’articolo afferma che la spesa natalizia complessiva a Roma ammonta a due miliardi di euro e che 600 milioni sono destinati al settore artigiano.
Subito dopo, si sostiene (dopo un non chiaro “Non solo …”) che circa il 30% della spesa natalizia sia orientata verso prodotti “fatti a mano“, evocando un ampio spettro che comprende “creazioni di laboratorio, specialità tipiche e servizi alla persona”.
Poiché il 30% di due miliardi equivale, appunto, a circa 600 milioni, non risulta chiaro se si tratti della stessa stima espressa in due modi diversi oppure di categorie diverse parzialmente sovrapposte, accostate senza una comprensibile spiegazione metodologica.
Non è spiegato nell’articolo anche quanto riportato nel sottotitolo dove si cita, forse per confusione, che “a Natale il “30% dei romani regalerà oggetti fatti a mano”.
Infatti, questa ambiguità sul “fatto a mano” è ulteriormente e soprattutto aggravata dalla mancata distinzione tra Artigianato in senso generale e la nicchia dell’Artigianato Artistico e Creativo, ma anche dall’economicamente più consistente segmento dell’Agro-Eno-Gastro-Alimentare del territorio che certamente, a maggior ragione nel contesto delle festività, fa “numeri” importanti da sempre.
La parte narrativa e, quindi, suggestiva dell’articolo evoca gioielli contemporanei, ceramiche artistiche e oggetti unici ad alto valore simbolico, ossia i prodotti della nicchia creativa, mentre i dati economici sembrano riferirsi all’intero comparto artigiano, citando le oltre 60.000 imprese operative a Roma, che comprende anche numerose categorie che svolgono attività produttive, tecniche, terziarie e di servizio; ambiti tutt’altro che artistici e creativi ovvero, quindi, tutt’altro che espressione del patrimonio identitario e culturale, né tanto meno riconducibili al contesto natalizio, salvo forse attività, oltre ovviamente quelle alimentari, come quelle dei parrucchieri e degli estetisti.
L’equivalenza implicita tra queste due macro realtà dell’artigianato, radicalmente diverse tra loro, finisce per confondere il lettore rappresentando e facendo intendere un’impropria e sproporzionata amplificazione di risultati economici per il segmento dell’Artigianato Artistico e Creativo rispetto alla sua reale incidenza.
Un’ulteriore incoerenza emerge poi dal contrasto tra il quadro di apparente prosperità del settore complessivo e l’allarme lanciato dalla stessa CNA.
Da un lato, il settore viene descritto come dinamico e sostenuto da una domanda in crescita, con il mese di dicembre (festività natalizie) indicato come uno dei momenti più intensi dell’anno in termini di ordini e vendite.
Dall’altro, si segnala un calo delle imprese artigiane attive pari all’1,6% nel terzo trimestre del 2025, definito come un’inversione di tendenza rispetto a un periodo precedente positivo.
Tuttavia, l’articolo non chiarisce come questi due fenomeni possano coesistere, né se l’aumento della spesa sia concentrato su un numero sempre più ridotto di imprese o limitato a specifici segmenti del settore.
Anche sul piano linguistico e comunicativo il testo presenta elementi di ambiguità. Il registro utilizzato è prevalentemente celebrativo e promozionale, con un ricorso frequente ad espressioni che richiamano il valore identitario, il patrimonio culturale e la sostenibilità.
Solo nella parte finale compare una nota critica, immediatamente attenuata dalla precisazione che il calo delle imprese NON rappresenta “un’emergenza immediata”. Questo ridimensionamento contribuisce a indebolire la portata dell’allarme evocato, lasciando il lettore sospeso tra ottimismo e preoccupazione, quest’ultima rafforzata da una conclusione del pezzo (“competenze, tradizioni e mestieri che già nei prossimi anni rischiano di andare perduti.”) nuovamente inquietante rispetto al futuro prossimo, quanto ambigua e poco coerente con i dati ed il contesto complessivamente richiamato.
Infine, va sottolineato che le fonti chiamate in causa sono esclusivamente interne alla CNA, che è al tempo stesso promotrice dell’evento pubblicizzato, produttrice dei dati e principale interprete del fenomeno.
L’assenza di voci terze ed indipendenti o di un confronto con altre analisi limita la profondità critica dell’articolo e rafforza l’impressione di una narrazione orientata più alla promozione istituzionale che a un’analisi giornalistica equilibrata.
In definitiva, l’articolo alterna celebrazione e preoccupazione senza riuscire a integrare in modo coerente i diversi livelli del discorso.
I dati economici non vengono adeguatamente contestualizzati, le categorie utilizzate restano vaghe e le contraddizioni interne rimangono non spiegate.
Di quale “artigianato” si sta realmente parlando?
Dell’Artigianato Artistico e Creativo evocato nel complesso dell’articolo, così come nella fotografia a corredo o dell’Artigianato in senso ampio che comprende numerosi settori tecnici, produttivi e servizi molto diversi tra loro?
I 600 milioni citati rappresentano davvero la spesa per oggetti unici e creazioni creative, oppure includono ambiti che poco hanno a che fare con l’idea di regalo identitario proposta al lettore?
E ancora, come si può parlare di un settore vitale e di una domanda in crescita se, nello stesso tempo, diminuisce il numero delle imprese attive?
Si tratta di una contraddizione strutturale, di una concentrazione del mercato o semplicemente di dati accostati senza un’adeguata interpretazione?
Sono interrogativi che restano aperti e che mettono in discussione la solidità analitica di un racconto che privilegia la rassicurazione rispetto alla spiegazione dei fenomeni.

Come FaròArte crediamo che nella divulgazione e nell’analisi dei dati socio-statistici ed economici sull’Artigianato vada responsabilmente fatta estrema chiarezza.
L’uso improprio o approssimativo, sia a livello istituzionale che mediatico, rischia solo di continuare a generare confusione a scapito del segmento di nicchia, più debole e in crisi strutturale da decenni, rappresentato dalle attività riconducibili all’Artigianato Artistico e Creativo, il vero capitale umano detentore del patrimonio immateriale identitario e culturale dei nostri territori.
Questa nicchia preziosa rappresenta, però, a livello imprenditoriale, una percentuale estremamente marginale rispetto alle altre numerose categorie dell’Artigianato riconducibili ai più generici e strutturati ambiti produttivi, tecnici e terziari (Edilizia, Comunicazione, Impianti, Serramenti, Autoriparazioni, Benessere, Informatica, ecc.) che, però, poco o nulla hanno a che fare con la tradizione, l’identità e la cultura.
Purtroppo, invece, troppo spesso, piuttosto che analizzare in profondità la criticità del segmento artistico e creativo – per magari cercare di elaborare soluzioni efficaci ed innovative di effettiva tutela e sviluppo – lo si evoca strumentalmente come “fiore all’occhiello” o come “specchietto per le allodole” per invece coltivare e favorire altri interessi e obiettivi.