Mentre scrivo queste righe, sullo schermo della mia televisione scorrono le immagini di Liverpool – Atlético Madrid. Una bellissima partita, finora in pareggio.
Ma io, cittadina italiana, stasera avrei voluto vedere il Napoli impegnato in Champions League contro l’Arsenal. Non ho potuto.
Per farlo avrei dovuto pagare l’ennesimo abbonamento a una piattaforma privata, l’ennesimo balzello imposto al popolo dei tifosi per godere di quello che, fino a qualche decennio fa, era un rito collettivo, gratuito e accessibile a tutti sulle frequenze della TV pubblica.
Questo “schifo” delle partite a pagamento, frammentate tra Sky, DAZN e Amazon Prime Video, non è un caso isolato.
È il sintomo macroscopico di una malattia profonda che ha infettato l’intera società italiana: la privatizzazione della bellezza e il controllo politico-commerciale di ogni forma di cultura.
Da ex segretaria dell’ASBA (Associazione Studenti Belle Arti), nel 1967 scendevo in piazza a Via Ripetta a Roma per rivendicare un’arte libera, rivoluzionaria e fuori dalle logiche di mercato.
Trattavo i percorsi dei cortei in Via di San Vitale con il Questore perché credevamo che la cultura dovesse appartenere alle strade, al popolo e alla crescita critica della collettività, e anche lo sport.
Oggi, a quasi sessant’anni di distanza, ci ritroviamo circondati da “pecoroni” che accettano passivamente un sistema culturale romano e nazionale completamente blindato.
A Roma cambiano i sindaci, cambiano le giunte di destra e di sinistra, ma il predominio assoluto della gestione culturale resta saldamente nelle mani dei soliti noti.
Realtà come Zètema e Arthemisia controllano, gestiscono e monopolizzano i grandi eventi e i musei civici.
Le mostre belle o meno belle in Italia le fanno solo loro, trasformando la storia dell’arte in eventi “blockbuster” preconfezionati, svuotati di qualsiasi valore politico, sociale o di reale controcultura.
È il trionfo del profitto sul pensiero critico.
Dai miliardari che comprano i diritti del calcio togliendo lo sport ai lavoratori, fino ai colossi privati che gestiscono il patrimonio artistico pubblico con il beneplacito della politica: il meccanismo è lo stesso.
Ci vogliono spettatori paganti, mai cittadini pensanti.
Io sono rimasta una rivoluzionaria e un’anarchica.
Rifiuto il silenzio e il chiacchiericcio sterile di chi si è seduto.
È tempo che le forze sane, serie e militanti di questa città – le polisportive popolari, i collettivi d’arte indipendenti, i giornalisti liberi – si uniscano in un unico fronte per scardinare questi monopoli.
Restituiamo il calcio e l’arte al popolo. Prima che sia troppo tardi.
Alessandra Cesselon
