Siamo nel 2016, Roma è una città caotica, densa di smog e di macchine, ruderi monumentali, si alternano ad alberghi, ristoranti, banche e bar. Un mix architettonico di monumenti antichi e post-moderni.
Non mancano gli spazi verdi che rappresentano una natura selvaggia che ancora resiste agli assalti incessanti delle polveri sottili, e dell’inquinamento.
Una città affascinante, dove è facile perdersi per vicoli e strade, musei e siti archeologici che come libri a cielo aperto, invitano turisti e masse di persone alla loro continua scoperta.
Roma è così, un’opera d’arte aperta in cui arte antica e contemporanea, si contaminano fra loro arricchendosi reciprocamente. Installazioni video, graffiti, performance, entrano nei musei per coinvolgere il pubblico, verso un linguaggio più aperto, ibrido, dove oltre alla vista vengono coinvolti anche altri sensi corporei, tatto, udito, odorato.
L’arte contemporanea aiuta le persone a diventare protagoniste dell’opera d’arte e lo spettatore non è più passivo ma esperto, attivo, l’osservatore viene portato al centro del quadro.
Sono un ricercatore di arte contemporanea e di cinema, faccio parte di un gruppo di altri ricercatori, artisti, registi, mecenati d’arte e critici cinematografici, chiamati “Nuovi sapienti”.
I nuovi media, la televisione, internet, gli iPad, gli smartphone, stanno dominando le persone per renderle succubi e passive, incapaci di scoprire la bellezza della vita e della realtà che li circonda.
Un tempo anche io facevo parte di queste masse di dominati, ma poi tutto è cambiato grazie ad un incontro in un museo che mi ha cambiato la vita.
Una mattina andai a vedere una mostra d’arte contemporanea, al Museo Macro di Via Nizza. Quel giorno lo spazio museale era molto particolare, non mi sembrava di vedere una mostra d’arte ma un set cinematografico.
Che cos’era, una mostra, una performance oppure un sogno?
Continuai a camminare per il museo, fino a quando nella prima sala incontrai un curatore d’arte contemporanea sulla sessantina. Aveva un viso conosciuto, assomigliava molto a Jannis Kounellis, ma sì era proprio lui!
Mi stava facendo vedere degli spazi della sala che avrebbe allestito con pellicole cinematografiche. Rimasi sbalordito!
Insieme ci recammo nel magazzino delle opere in deposito e vidi decine e decine di vecchie pellicole risalenti agli anni 20!
Ad un certo punto entrò nella stanza un altro personaggio a me familiare e riconobbi un regista italiano con il quale avevo fatto un laboratorio di cinema all’Università, Peter Del Monte.
Li seguii e ritornammo nella sala principale del museo dove erano state disposte le pellicole.
Era incredibile, Kounellis stava dando dei pennelli e una tavolozza a Peter Del Monte che cominciò a dipingere a mano le pellicole come se disegnasse una scenografia. Era stupefacente vedere un regista che dipingeva.
Ricordo che ad un certo punto mi disse in tono solenne: “Questo caro amico si chiama viraggio della pellicola ed è stata una tecnica molto usata nel cinema degli anni 20”.
In quel momento vedevo la pittura che dialogava con il cinema, davvero emozionante. Seguii il curatore d’arte nella sala superiore del museo, dove erano esposte opere che dovevano essere fotomontaggi di Richter.
Poi vidi i famosi dischi ottici di Marcel Duchamp “Anemic-Cinemà”. Erano tutte opere ibride, che fondevano l’arte, il cinema e la fotografia.
Continuai a salire nelle altre stanze e ad un certo punto vidi il curatore che parlava con un gruppo di elettricisti che stavano sistemando dei fili dietro degli schermi. Stavano finendo di allestire delle opere video.
Il curatore mi disse che il bello doveva ancora arrivare. Lo seguii e arrivammo in una grande sala, dove erano disposti tre grandi schermi orizzontali che proiettavano immagini di diversi personaggi, alcuni di loro erano anche dei detenuti.
Il curatore mi invitò a toccare le immagini di questi personaggi sullo schermo. Si era materializzata all’improvviso la figura di un uomo che aveva tutta l’aria di essere un agricoltore, anzi sembrava proprio uno di quei famosi raccoglitori di patate dipinti da Van Gogh!
In realtà era proprio un vero agricoltore che cominciò a raccontarmi la sua storia. Aveva deciso di sfidare le industrie alimentari, coltivando prodotti senza utilizzare concimi chimici e fertilizzanti.
Poi mi avvicinai al viso di una donna e lo toccai. Si chiamava Sara, cominciò a raccontarmi la sua esperienza dolorosa. Da anni il marito la maltrattava. Un giorno la picchiò così forte da ridurla in fin di vita.
L’aveva umiliata, distrutta, ma non era riuscito a toglierle del tutto la sua libertà e forza di reagire. Un giorno andò alla polizia e lo denunciò. Continuai ad interagire con gli schermi e a parlare con gli altri personaggi.
Si susseguivano storie sempre più bizzarre e affascinanti. Ero diventato io spettatore, il protagonista attivo di quell’opera.
Da quel giorno era cambiato il mio modo di vedere l’arte contemporanea e il cinema contemporaneo.
Gli schermi, i film, gli spazi museali, le opere non sono soltanto passivi, ma sono il frutto di una reciproca contaminazione, dialogo fra le arti e linguaggi.
La mia mente si era aperta, non più una cellula chiusa, ma un brulicare di esperienze e sensazioni, che mi avevano trasformato in un uomo libero.
Piermarco Parracciani
Piermarco Parracciani nasce a Bracciano (Roma) nel 1981.
Sin dall’adolescenza ha iniziato ad avvicinarsi all’arte antica, moderna e contemporanea.
Ha frequentato in modo assiduo studi d’arte, gallerie e musei d’arte moderna e contemporanea a Roma e nel Lazio. Si appassiona al cinema d’autore e alla video arte.
Nel 2007 conseguirà la laurea magistrale in “Studi storici critici e teorici sul cinema e gli audiovisivi” presso l’Università di Roma Tre.
L’amore per le arti e la letteratura lo spingeranno a scrivere sempre di più sul cinema e l’arte contemporanea.
Il Caffè Letterario Libreria Mangiaparole di Furio Camillo diventerà la sua palestra di scrittura.
Gli anni post universitari sono stati dedicati alla ricerca di una dimensione lavorativa consona alla propria preparazione personale e culturale. La difficoltà di sperimentare sul campo le proprie capacità professionali lo portano anche a confrontarsi con giovani coetanei con cui condividere le medesime difficoltà. Proprio da tale confronto viene elaborata la sofferta tematica della disoccupazione e dell’inoccupazione riprese nel racconto “Outsider” che descrive il dolore di queste piaghe e il superamento di esse attraverso la fede, l’amore e il coraggio. Il racconto arriverà finalista al Premio letterario Mangiaparole e al Festival Internazionale di Roma Film Corto.
Nel 2017 si specializza con il Master of Art presso l’Università Luiss di Roma. Continua a scrivere di arte contemporanea in relazione al cinema. Realizzerà in qualità di curatore mostre collettive di arte contemporanea a Roma.
La lettura del “Trittico del cuore. Saper amare, saper soffrire, saper credere” dello scrittore del 900 Nino Salvaneschi lo porterà a maturare un rapporto sempre più profondo fra arte, fede, amore e dolore.
