Mario Scagnetti, era ormai diventato uno scrittore di fama.
Aveva scritto diversi romanzi che avevano avuto un enorme successo di pubblico, come “L’ultimo film”, “La donna che visse 3 volte”, “Il re degli artisti”.
Era uno scrittore di fama internazionale conosciuto in tutti i salotti romani.
Ogni tanto però Mario pensava al suo passato, agli anni della disoccupazione e dei lunghi viaggi in treno. Aveva conosciuto il volto più cupo delle periferie di Roma.
Ricordava il suo passato di outsider, quando vagava da un ufficio di collocamento a un altro nella vana ricerca di un lavoro.
Quanti ricordi riemergevano da quelle periferie desolate ma piene di gente semplice e umana. Primavalle, Pietralata, San Lorenzo, Torre Maura, Torre Spaccata, Torraccia, Torrevecchia, Montesacro.
Oppure le zone più campestri verso la parte più a nord della città: la Cassia L’Olgiata, i Parioli, il Parco di Vejo.
San Lorenzo, quartiere poliedrico e ricco di luoghi diversi e misteriosi, lo aveva ispirato per scrivere svariati racconti di viaggio. Ogni ambiente lo portava verso la scoperta di qualcosa.
Il cimitero, l’Università, i locali, la metropolitana.
L’antica città di Vejo invece con la sua cascata imponente lo portava verso un passato dimenticato. Proprio nei pressi del tempio del Portonaccio aveva scritto un suo romanzo storico di successo, che narrava le vicende della guerra tra etruschi e romani “Delenda Vejo”.
Mario vagava per ogni via della città e scriveva, narrava storie che sgorgavano dal suo cuore. Storie reali, vere, appassionanti di uomini che erano riusciti a trovare il loro riscatto nell’arte, nella letteratura, nello sport. Eroine femminili piene di coraggio e determinazione.
Quando scriveva spesso viaggiava in treno. Il ritmo delle sue narrazioni era scandito dal suono cadenzato dei binari e dal rumore delle scarpe dei passeggeri.
A volte quando passava in mezzo ai tunnel o ai giganteschi blocchi di tufo era come se ritornasse indietro nel tempo. Dal nulla creava personaggi nuovi, storie inedite che nessuno mai aveva scritto.
Si era trasformato in un artista nomade. In ogni quartiere della città costruiva la sua tenda immaginaria nella quale contemplava e scriveva. In quei momenti si sentiva libero.
La sua creatività non aveva freni e costruiva racconti dai mille volti, enigmatici e avventurosi. In quel momento si sentiva veramente libero e sentiva che la scrittura era la sua vera salvezza.
A volte più il luogo era degradato e più creava storie meravigliose. Trovava la sua fonte di ispirazione anche nella street art e nei graffiti. Spesso era da lì che nascevano i suoi eroi.
Ragazzi che come lui riuscivano a inventare e a creare dal nulla. Un giorno incontrò un personaggio molto speciale, una scrittrice nera. La incontrò in una stazione solitaria dal nome strano e bizzarro: “Anguillara”.
Stava per arrivare il treno per Roma quando il suo sguardo incrociò un viso di donna vissuto, segnato dall’esperienza e dalla sofferenza. Due occhi neri vispi che lo fissavano con curiosità e interesse. Indossava un vestito dai colori vivaci che sembrava ricamato a mano. Sulla testa spiccava un grosso turbante.
Veniva dall’africa ed era diventata scrittrice per combattere la schiavitù e la segregazione. Aveva combattuto contro un padre violento che voleva avviarla alla prostituzione. Lei scappò via di casa e cominciò a fare una vita da raminga.
Senza darsi per vinta, cominciò a trovare una sistemazione in alcune baracche di fortuna. Ogni giorno ne cambiava una. Un giorno incontrò un vecchio artigiano che scolpiva maschere di legno. Trovò ospitalità presso di lui. Era rimasta affascinata dal suo modo di lavorare.
Nella casa dell’uomo, un giorno vide alcuni mozziconi di matita e dei fogli. Mentre l’uomo lavorava lei si avvicinò ai fogli e mentre lui cominciava a scolpire, lei cominciò a scrivere. Era come se il foglio di carta fosse quella maschera e la matita lo scalpellino. Mentre le schegge del legno cadevano a terra lei scriveva come se scolpisse quel foglio.
La sua narrazione era spontanea e naturale, animata da una incontenibile voglia di riscatto. Si sentiva libera e felice, una donna nuova, più forte e non più sottomessa e schiava.
Aveva cominciato a spiccare il volo verso una libertà senza confini.
Quello era solamente l’inizio di un lungo e affascinante viaggio verso una brillantissima carriera. Infatti diventò la prima scrittrice africana nel 2015.
Aveva deciso di girare un po’ il mondo e di visitare l’Italia, paese in cui non era mai stata. Mario era rimasto affascinato dal racconto di quella donna. Si riconosceva molto in lei. Tutti e due avevano trovato la loro libertà nella scrittura ed erano diventati dei talenti.
Ma questi erano solamente dei ricordi. Ora la realtà che lo scrittore aveva davanti ai suoi occhi era cambiata. Le periferie magre e degradate avevano lasciato il posto ai salotti grassi e opulenti dell’alta società.
Che spettacolo raccapricciante vedere tutti quei palloni gonfiati pieni di sterilità e boria. Quelle contesse grottesche e odiose che si dedicavano ad accarezzare i loro micini, mentre leggevano le loro stupide poesie! Era arrivato il momento di cambiare ancora. Mario doveva ritrovare gli occhi della tigre.
Con i suoi occhi guardava lontano, scrutava l’orizzonte desolato della periferia. Ma c’era qualcosa in quell’ambiente che lo attirava ancora. Rivedeva il volto di tante persone che lo avevano aiutato, il viso mesto di sua madre.
Capiva che quello era il suo mondo. Doveva ritornare lì. Fuggire da quegli inutili salotti e ricominciare a scrivere meglio di prima, con più tecnica, stile, passione. Ѐ vero che erano passati molti anni, ma il suo cuore continuava ad ardere più di prima. Si era fortificato e una nuova vita stava per ricominciare.
L’orizzonte della periferia che scrutava non era più quello di prima, ora era diverso. Davanti a lui non c’era più il grigio muro dell’isolamento e dell’inutilità. La periferia si estendeva immensa come una gigantesca prateria.
Non c’erano più confini, barriere. Era un mondo ricco di bellezza e creatività, dove poteva continuare il suo magico viaggio, sospeso tra realtà e finzione.
Piermarco Parracciani
Piermarco Parracciani nasce a Bracciano (Roma) nel 1981.
Sin dall’adolescenza ha iniziato ad avvicinarsi all’arte antica, moderna e contemporanea.
Ha frequentato in modo assiduo studi d’arte, gallerie e musei d’arte moderna e contemporanea a Roma e nel Lazio. Si appassiona al cinema d’autore e alla video arte.
Nel 2007 conseguirà la laurea magistrale in “Studi storici critici e teorici sul cinema e gli audiovisivi” presso l’Università di Roma Tre.
L’amore per le arti e la letteratura lo spingeranno a scrivere sempre di più sul cinema e l’arte contemporanea.
Il Caffè Letterario Libreria Mangiaparole di Furio Camillo diventerà la sua palestra di scrittura.
Gli anni post universitari sono stati dedicati alla ricerca di una dimensione lavorativa consona alla propria preparazione personale e culturale. La difficoltà di sperimentare sul campo le proprie capacità professionali lo portano anche a confrontarsi con giovani coetanei con cui condividere le medesime difficoltà. Proprio da tale confronto viene elaborata la sofferta tematica della disoccupazione e dell’inoccupazione riprese nel racconto “Outsider” che descrive il dolore di queste piaghe e il superamento di esse attraverso la fede, l’amore e il coraggio. Il racconto arriverà finalista al Premio letterario Mangiaparole e al Festival Internazionale di Roma Film Corto.
Nel 2017 si specializza con il Master of Art presso l’Università Luiss di Roma. Continua a scrivere di arte contemporanea in relazione al cinema. Realizzerà in qualità di curatore mostre collettive di arte contemporanea a Roma.
La lettura del “Trittico del cuore. Saper amare, saper soffrire, saper credere” dello scrittore del 900 Nino Salvaneschi lo porterà a maturare un rapporto sempre più profondo fra arte, fede, amore e dolore.
